il ricettario di D&D Napoli srlIl sole lucano picchia duro su quel campo deserto quando il piccolo Michele si imbatte per puro caso in Filippo, suo coetaneo sequestrato da una banda di malfattori e tenuto nascosto in un fosso buio e profondo.
Michele sulle prime si spaventa e scappa, poi però torna e si intenerisce alla vista di quel corpicino sporco e incredibilmente magro. Così salta in sella alla sua bici e vola fino in paese.
Entra trafelato in un negozio dove due donne lo scrutano con diffidenza:
“Che vuoi?”
“Che si porta da mangiare a uno che ha fame, ma proprio tanta fame?” chiede Michele tutto agitato.
Le due donne si guardano perplesse, meravigliate da una domanda certamente inedita in quella bottega.
Ci pensano un attimo e poi rispondono quasi all’unisono nel roccioso dialetto locale “U’ppane”.

Il Pane.
Il film “Io non ho paura” di Gabriele Salvatores rende in una sola battuta uno straordinario omaggio al pane, l’alimento che di per sé è sinonimo di sussistenza e sopravvivenza stessa.
Certo a quegli antichi uomini dovette sembrare un vero miracolo quel rude impasto che dall’oggi al domani si dilatò e, passato in forno, si trasformò in una fragrante e soffice pagnotta.
Oh certo, sarà stato diverso da come lo conosciamo noi. Ma quando qualcosa di buono non c’era e all’improvviso c’è, è senz’altro un miracolo.
E lo è ancora oggi nonostante i secoli, nonostante le tecniche, i macchinari e le migliaia di ricette. È un miracolo che prende ogni volta nuove forme, fragranze, sapori e consistenza.
In questo moderno scenario di un’alimentazione che viaggia di pari passo con i concetti di benessere e di cultura, il pane assume un ruolo privilegiato. Versatile come nessun alimento, brilla sulla tavola di luce propria, ne è protagonista con centinaia di varianti e ne fa da indicatore di raffinatezza e originalità.
E come ogni arte, la panificazione non si ferma nel tempo, ma lo segue, si evolve con esso, riflette i gusti e le tendenze correnti senza perdere di vista la storia e le tradizioni.